“Se monitoro i passi cammino”: il fenomeno della dipendenza dal contapassi

“Se monitoro i passi cammino” è la traduzione in senso figurato del titolo di uno studio osservazionale pubblicato nel 2018 che parla di un fenomeno evidentemente molto diffuso, quello della dipendenza dal contapassi (pedometro o activity tracker) per ottenere lo stimolo a muoversi durante la giornata (1).

Nel gergo scientifico il movimento quotidiano non-sportivo va sotto il nome di NEAT (termogenesi da attività non-sportiva), e nella ricerca è riconosciuto come uno dei fattori chiave garantire la perdita o il mantenimento del peso (2). La camminata è l’attività più rappresentativa della NEAT, e oggi i contapassi (detti anche pedometri o activity tracker) sono ormai utilizzati anche nel fitness e nelle preparazioni di bodybuilding come strumento per monitorare in maniera più accurata la spesa energetica non-sportiva mediante questo gesto (3,4).

Questi apparecchi possono risultare molto utili perché agiscono dal punto di vista psicologico come stimolo a un maggiore movimento, in maniera da risultare motivati e gratificati a raggiungere l’obiettivo dei passi prefissati – e quindi la spesa energetica legata al movimento non-sporitvo – nella giornata (1,3). 

In questo studio si parla fondamentalmente della dipendenza creata dai contapassi nello stimolare il movimento quotidiano non-sportivo (NEAT). Nonostante questo incremento abbia degli indiscussi benefici per la salute e la perdita di peso, il fatto che il pedometro crei una dipendenza per poterlo aumentare non è ben visto da questi ricercatori.

Lo studio Attig & Franke (2018)

Riassumendo, lo studio osservazionale è stato condotto con lo scopo di capire quanto i contapassi agiscano sulla motivazione a muoversi quando questi apparecchi non vengono più utilizzati. Per farlo hanno valutato gli effetti che i contapassi avevano sulla motivazione di 210 persone. Qui si cerca di offrire un riassunto estrapolando i punti salienti, perché credo che al di là dei dettagli tecnici ci si debba focalizzare sul concetto fondamentale.

Punti chiave:

– Gli activity tracker possono indurre un effetto di dipendenza nell’uso quotidiano;

– La manifestazione e l’estensione dell’effetto mostrano ampie variazioni inter-individuali;

– Un’elevata motivazione estrinseca per l’attività fisica e l’uso del tracker aumentano l’effetto;

– L’effetto è più forte quando c’è bisogno di un’alta chiusura cognitiva e una bassa speranza di successo;

– Un’elevata motivazione intrinseca all’attività fisica può agire come protezione;

“Considerando che questi premi potrebbero aumentare la motivazione ad essere fisicamente attivi nelle prime fasi di utilizzo, nel tempo potrebbero creare una dipendenza e gli utenti potrebbero sperimentare una sorta di riattribuzione del motivo per essere fisicamente attivi: potrebbero essere attivi per ottenere feedback positivi dal tracker, invece di essere attivi per la propria salute. […] In breve: interrompere l’uso del tracker può portare al disimpegno per un comportamento attivo.

[…] I risultati implicano che il feedback degli activity tracker può essere percepito come esternamente gratificante, può creare dipendenza e può compromettere la motivazione degli utenti per l’attività fisica quando il feedback non è a disposizione. L’alta motivazione intrinseca per l’attività fisica gioca un ruolo cruciale nell’adesione a lungo termine all’attività fisica e all’esercizio fisico e, insieme alla speranza di successo, può essere visto come un fattore di resilienza proteggendo contro l’effetto di dipendenza.”

Commento

Il fatto che i pedometri stimolino molte persone ad aumentare il movimento ed essere dipendenti da questa pratica sarebbe positivo, il problema è che se e quando si smette di usarli, molte persone perderebbero questa motivazione. In altre parole i ricercatori ne farebbero una questione di principio.

Che questo sia un male però può essere discutibile, dipende dalla prospettiva: meglio avere una scusa per muoversi di più usando un contapassi, o non ricevere alcuno stimolo all’aumento dell’attività non usandoli?

Il discorso verte su una questione educativa, e potrebbe essere riconosciuta per certi versi un’analogia con l’educazione alimentare. Il più grande difetto delle diete per perdere peso (e migliorare i parametri di salute) è che funzionano solo sul breve termine, fintantoché le si segue. Una volta raggiunto l’obiettivo si ritorna alle vecchie (e sbagliate) abitudini alimentari, e quindi al peso pre-dieta. Costruendo invece delle nuove abitudini alimentari durante il percorso queste possono rimanere consolidate, permettendo più facilmente il mantenimento di un peso ridotto.

Un discorso simile si potrebbe fare per i contapassi: l’idea è che prendendo consapevolezza del rischio di dipendenza durante un iniziale periodo di utilizzo, si cerchi nel tempo di costruire dentro di sé quella che i ricercatori chiamano motivazione intrinseca (cioè aumentare l’attività perché piace ed è salutare) piuttosto che una motivazione estrinseca (vedere sul tracker che si è portato a termine l’obiettivo quotidiano).

In questo modo il contapassi dovrebbe essere usato semplicemente come un mezzo a breve termine per facilitare lo sviluppo di una “educazione motoria non-sportiva” che rimane consolidato dopo il suo abbandono.

Questo comunque non significa che i pedometri non abbiano motivo di essere usati per le preparazioni di bodybuilding, in quanto permettono un accurato monitoraggio della NEAT in un contesto in cui si richiede un approccio mirato ad ottenere i migliori risultati dal punto di vista competitivo.

Riferimenti:

  1. Attig C, Franke T. I track, therefore i walk – Exploring the motivational costs of wearing activity trackers in actual users. Int J Hum Comput Stud. April 2018.
  2. Kotz CM et al. Spontaneous physical activity defends against obesity. Curr Obes Rep. 2017 Dec;6(4):362-370.
  3. McDonald L. Women’s Book: A Guide to Nutrition, Fat Loss, and Muscle Gain. Lyle McDonald, 2018. 
  4. Norton L. Baker P. The Complete Contest Prep Guide. CreateSpace Independent Publishing Platform, 2018.

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