Dimagrimento localizzato: sintesi delle ricerche
 

Il dimagrimento localizzato (spot reduction) è sempre stato estremamente controverso. Ad oggi i massimi esponenti nella ricerca nel nostro settore non supportano l’esistenza del dimagrimento localizzato anche se, per coerenza scientifica, il dibattito rimane ancora aperto.

In questo articolo critico verrà esposta una breve e sommaria sintesi delle più importanti ricerche che hanno studiato il fenomeno a partire dagli anni ’60, per lasciare comunque aperta la questione sulla base dei limiti di molte delle stesse.

Spot reduction: cosa dice la ricerca?

I primi studi che avvaloravano l’ipotesi del dimagrimento localizzato erano stati condotti negli anni ’60 (1,2), quando i metodi non erano così accurati come ai giorni nostri per poter misurare il grasso sottocutaneo. Già all’epoca le evidenze erano contrastanti, con altrettanti studi a negare il fenomeno (3,4).

In una ricerca del 1979 di Krotkiewski et al. (5) venne fatta un’osservazione importante, ovvero che “la diminuzione dello spessore del tessuto adiposo sottocutaneo non era associato ad una riduzione significativa della dimensione delle cellule adipose, ma era probabilmente dovuto a fattori geometrici secondari dati dall’ipertrofia del muscolo sottostante.” Questo significa che il muscolo sottostante all’area adiposa critica, crescendo di volume porta a tendere la pelle nell’area stessa, creando un effetto che visivamente potrebbe far apparire il grasso ridotto quando non lo è.

Nel 1984 viene pubblicato uno degli studi più famosi, in cui si vide che eseguire 10 serie di sit-up al giorno per circa un mese non riduceva preferenzialmente il grasso addominale (6). Nel 2011 è stato pubblicato un altro studio simile, in cui sono stati prescritti una serie di esercizi per gli addominali per un totale di 14 serie a seduta da 10 ripetizioni, per 5 giorni a settimana, per 6 settimane. Anche in questo caso non si è osservata alcuna riduzione del grasso addominale (7). Questi due studi hanno smentito il mito (in genere sostenuto perlopiù dal senso comune) per cui “fare addominali riduce il grasso addominale”, un effetto che per chi conosce le basi di fisiologia e ha un esperienza pratica non è molto verosimile. Anche in questo caso potrebbe esistere un effetto visivo dovuto al fatto che si migliora la tonificazione (o ipertrofia) del retto addominale, e con livelli di grasso sottocutaneo molto bassi si potrebbe credere che si sia creata una spot reduction quando le vere cause di questo miglioramento estetico sono diverse.

Negli anni ’90 Treuth osservò che la plicometria era decisamente inaffidabile per misurare il grasso sottocutaneo. Si vide che secondo la plica il grasso sottocutaneo non era variato, ma metodi accurati quali la DXA, l’MRI e la tomografia computerizzata (CT) rilevarono un decremento (8,9). Nonostante non fossero studi sul dimagrimento localizzato, confermarono che la plicometria non poteva essere utilizzata per studiare il fenomeno spot reduction, perché c’era un forte contrasto con i metodi accurati.

Nel 2006 il dibattito è stato riaperto, quando il gruppo di Stallknecht ha pubblicato un famoso studio in cui si era osservato che la lipolisi aumentasse maggiormente nel tessuto adiposo adiacente ai muscoli in contrazione (10). Lo studio era acuto, e i ricercatori specificarono che questo non dimostrava l’esistenza del dimagrimento localizzato. I grassi avrebbero potuto semplicemente essere ri-esterificati nel post-allenamento e sul lungo periodo la spot reduction avrebbe potuto non avvenire.

Ad esempio in un articolo critico su questo studio McDonald si espresse così:

Il flusso sanguigno del muscolo scheletrico e delle cellule adipose è separato, e qualunque grasso mobilizzato da un’area adiacente verrà immesso nella circolazione locale; ancora una volta, non può essere usato direttamente da quel muscolo. Quindi non c’è nessun reale motivo logico e fisiologico per cui lavorare un dato muscolo causerebbe la mobilizzazione degli acidi grassi; quel muscolo non può utilizzarli. […] Trenta minuti di attività mobilizzano tra 0.03 e 0.1 g di grasso extra dalle aree localizzate [cioè quantità irrilevanti, che potrebbero essere semplicemente ri-esterificate nel post-allenamento].  (Lyle McDonald)

Uno degli studi più importanti, nonché il più recente sull’argomento, è stato quello di Ramírez-Campillo del 2013 (11). Qui un gruppo di maschi e femmine giovani hanno allenato solo l’arto inferiore non dominante con la leg press, 3 volte a settimana per 12 settimane, usando un carico attorno al 10-30% 1-RM, per un totale di circa 1000 ripetizioni a seduta. Al termine dello studio si vide che gran parte del grasso corporeo perso proveniva dalle zone non allenate (parte superiore), ma non c’era differenza nella perdita di grasso tra l’arto allenato e non allenato. Questo studio è interessante perché ha cercato di mimare proprio le condizioni usate dagli atleti quando cercano la spot reduction nelle aree critiche, cioè altissime ripetizioni con carichi molto bassi. Certo possono esistere delle limitazioni, ma ad oggi sembra essere lo studio meglio condotto per studiare il fenomeno.

Anche gli studi sull’allenamento aerobico avrebbero confermato risultati simili. Nel 2007 Redman et al effettuarono un esperimento dove in un gruppo veniva instaurata la restrizione calorica solo riducendo le calorie, nell’altro gruppo veniva instaurata la stessa restrizione calorica, per metà riducendo le calorie e per metà con l’esercizio aerobico. I soggetti scelsero tra tappeto, cyclette o stair master. Al termine dei 6 mesi i depositi di grasso (viscerale, sottocutaneo, profondo, superficiale) non differivano tra i gruppi (12). Questo studio ha comunque molte limitazioni che non lo rendono adatto per confutare l’ipotesi, in primo luogo quella di non essere stato condotto per studiare la spot reduction, poi per il fatto che non c’era un controllo delle macchine cardio e una misurazione di aree specifiche mobilizzate dal macchinario scelto.

Conclusioni preliminari

Ad oggi, secondo quanto supportato dalla ricerca scientifica, sembra che il fenomeno dimagrimento localizzato non esista. Effettivamente il fatto che empiricamente si possa creare un effetto estetico usando certi metodi, non significa che l’effetto stesso sia creato da un dimagrimento localizzato.

È possibile che un maggiore “tiraggio locale” ottenuto con certi metodi non sia causato da una maggiore riduzione del grasso sottocutaneo, ma magari di altre componenti sottocutanee diverse dal grasso che danno questo effetto visivo, come l’acqua sottocute. Oppure il fatto che l’esperienza competitiva confonde i risultati, dato che più si è esperti a livello di definizione, e più nel tempo si riesce ad assottigliare la pelle. Oppure ancora al fatto che usare certi farmaci può ridurre il grasso corporeo a livelli minimi, andando inevitabilmente a intaccare anche le zone più difficili.

Esistono molti fattori confondenti che non permettono di capire con precisione se nella pratica la spot reduction associata ad un allenamento specifico si verifichi, andando inevitabilmente in contro ad un ragionamento fallace di tipo post hoc (l’impossibilità di stabilire la causa effetto data l’influenza di molti fattori confondenti).

Nel frattempo la ricerca sulla spot reduction prosegue, ed è difficile escluderne l’esistenza perché, anche se le ricerche fino ad oggi non la confermano, si può mettere in discussione la metodologia che è stata usata per tentare di provare la causa-effetto, perché naturalmente anche le ricerche hanno sempre le loro limitazioni. Quindi se certi metodi funzionano, che gli atleti continuino a usarli per andare sul sicuro, perché “tanto male non fa”.

Riferimenti:

1. Schade M et al. Spot reducing in overweight college women: Its influence on fat distribution as determined by photography. Research Quarterly 33: 461–471, 1962.
2. Olson AL, Edelstein E. Spot reduction of subcutaneous adipose tissue. Res Q 39: 647–652, 1968.
3. Roby FB. Effect of exercise on regional subcutaneous fat accumulations. Res Quar 33: 273–278, 1962.
4. Gwinup G et al. Thickness of subcutaneous fat and activity of underlying muscles. Ann Intern Med. 1971 Mar;74(3):408-11.
5. Krotkiewski et al. The effect of unilateral isokinetic strength training on local adipose and muscle tissue morphology, thickness, and enzymes. Eur J Appl Physiol Occup Physiol. 1979;42(4):271-81.
6. Katch FI et al. Effects of sit up exercise training on adipose cell size and adiposity. RQES. 1984 55: 242–247.
7. Vispute SS et al. The effect of abdominal exercise on abdominal fat. J Strength Cond Res. 2011 Sep;25(9):2559-64.
8. Treuth et al. Effects of strength training on total and regional body composition in older men. J Appl Physiol. 1994 Aug;77(2):614-20.
9. Treuth et al. Reduction in intra-abdominal adipose tissue after strength training in older women. J Appl Physiol. 1995 Apr;78(4):1425-31.
10. Stallknecht B et al. Are blood flow and lipolysis in subcutaneous adipose tissue influenced by contractions in adjacent muscles in humans? Am J Physiol Endocrinol Metab. 2007 Feb;292(2):E394-9.
11. Ramírez-Campillo R et al. Regional fat changes induced by localized muscle endurance resistance training.J Strength Cond Res. 2013 Aug;27(8):2219-24.
12. Redman LM et al. Effect of calorie restriction with or without exercise on body composition and fat distribution. J Clin Endocrinol Metab. 2007 Mar;92(3):865-72.

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